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29/05/2019

L’esperienza di Bommezzadri raccontata in continuità a quella degli antichi “sartori” di Parma

La professione del sarto, o “sartore” come veniva chiamato a partire dal Medioevo e per tutta l’età delle corporazioni, richiede ancora gli stessi strumenti (ago, filo, ditale, forbici) e soprattutto lo stesso talento manifatturiero che il “maestro” doveva aver sviluppato con l’apprendimento a bottega fin da giovanissimo. Un’arte particolare fin dai suoi esordi, quella sartoriale: relativamente semplice riguardo al processo produttivo, tanto quanto è sofisticata negli aspetti più moderni del mestiere, come la necessità di sviluppare capacità relazionali (con la clientela) e manageriali (per la gestione della filiera a monte).

Tali considerazioni sono emerse dal seminario, organizzato alla cattedra di Storia del Diritto Italiano dell’Università di Parma, che si è tenuto martedì 28 Maggio 2019 presso la sede della Deputazione di Storia Patria delle Province Parmensi, con il titolo “Dalla gualdrappa al tailleur: sartoria e moda a Parma ieri e oggi”. I relatori erano la dottoressa Federica Boldrini, ad illustrare la storia e le caratteristiche della Corporazione dei Sartori di Parma, e il signor Gianni Grenti, collaboratore dell’impresa Gianfranco Bommezzadri, produttrice di capispalla e socia storica del Consorzio Parma Couture.

L’analisi parallela fra ieri e oggi ha evidenziato sorprendenti analogie con riferimento ad un mestiere, quello del sarto, tuttora in grado di conferire distintività alla manifattura italiana. Nel tardo medioevo, per cominciare, i momenti dell’attività di un sarto erano sostanzialmente gli stessi del tempo presente: l’intesa con il cliente, la presa delle misure, il disegno, il taglio e la cucitura. “Intendere” veniva chiamato il confronto tra il maestro e il cliente, il quale acquistava - egli stesso - le stoffe da lavorare dopo essersi affidato all’aiuto del “sartore” per la loro scelta e, successivamente, continuava ad affidarsi alla creatività del medesimo sarto per l’adattamento dei modelli. Tuttora l'artigiano ricopre un ruolo ugualmente delicato per soddisfare l’esigenza di personalizzazione espressa dal suo cliente. Ed esercita, oggi come allora, una funzione strategica all’interno della filiera, curando la qualità della propria catena di fornitura.

Lo statuto dell’antica corporazione, la cui esistenza è testimoniata a Parma già nella seconda metà del XVI secolo e poi all’epoca dell’illuminato governo del Du Tillot a fine Settecento, fino alla sua abolizione per volontà di Napoleone, imponeva ai salariati, già allora come oggi, ritmi di lavoro di carattere stagionale, con picchi di attività corrispondenti a quelle che oggi chiameremmo “collezioni” per l’autunno/inverno e per la primavera/estate. Un’altra analogia riguarda poi, la motivazione che ha spinto la società tardo-medievale a dotarsi della professione sartoriale: con l’inurbamento, nei ristretti e promiscui spazi cittadini il modo di vestirsi acquisiva una funzione di distinzione sociale. Proprio come avviene, pur in un diverso contesto, nel tempo presente, che vede l’esigenza di comunicare il proprio status alla base delle scelte di acquisto degli abiti e, più in generale, dei beni di lusso. È, poi, comune al passato la netta differenza fra l’attività di sarto per l’uomo rispetto a quella di sarto per la donna. Ai tempi della corporazione, gli abiti delle signore richiedevano, infatti, un eccesso di stoffa per esprimere, attraverso gli strascichi, le pieghe e le balze, l’ampia disponibilità finanziaria e, quindi, l’elevato status sociale dei loro mariti.

Tuttavia, il sarto era allora il maestro di un’arte ritenuta “leggera” perché il valore dell'abito derivava principalmente dal costo delle stoffe più che dalla lavorazione delle medesime: quest’ultima procurava, di conseguenza, all’artigiano una remunerazione inferiore rispetto a quella che gli viene riconosciuta oggi.

Grandi cambiamenti nel settore si sono, infine, verificati negli ultimi 70 anni, che corrispondono all’incirca all’età della ditta Gianfranco Bommezzadri. La storia dell’azienda di Parma, raccontata dal signor Grenti, inizia quando le botteghe di sarti erano ancora molto numerose in città, proprio come ai tempi della corporazione. Gianni ha iniziato a collaborare con il “signor Gianfranco” solo una volta raggiunta l’età della pensione, dopo 40 anni di attività commerciale nello storico mercato della Ghiaia, dove fu impiegato giovanissimo come garzone.

Ora i sarti sono rimasti in due, a Parma. Bommezzadri ha saputo creare dal nulla, come ricorda Gianni con orgoglio, un’impresa che attualmente impiega 120 dipendenti (ne aveva solo uno nel 1950!), vanta come committenti i più importanti brand internazionali di moda maschile e serve una nicchia di fedeli consumatori di fascia alta in Italia e all’estero, particolarmente in Giappone. Come ha fatto, la Bommezzadri, ad arrivare a questi risultati nonostante l’evidenza che, scherza ancora Gianni, “una volta la gente si vestiva, oggi si copre”? Perché pur ingrandendosi, la ditta ha mantenuto come stella polare quella qualità che già nel Cinquecento la corporazione dei sartori imponeva ai propri associati, chiamati ad esprimere quel “bello e ben fatto” che oggi, ancora più di ieri, distingue il Made in Italy nel mondo. Una qualità, aggiunge Gianni ritrovando ancora l’orgoglio, che però non significa perfezione: ogni giacca Bommezzadri è unica, con le asole fatte a mano a prova di intenditore. 

E poi, conclude Grenti strappando l’ultima risata all’uditorio, “è troppo facile vestire una persona dal corpo scolpito: la competenza del maestro deriva dal saper vestire tutti, anche i diversamente alti e i diversamente magri.”

Proprio così. 

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