Notizie

23/05/2019

L’arte di produrre cappelli: i “cappellai matti” di Parma

Quali sono le origini del talento e dell’abilità manifatturiera di un territorio? La risposta va spesso ricercata, in Italia, nella storia peculiare dei piccoli stati in cui per secoli la penisola è stata divisa. Laddove i governi illuminati hanno saputo attrarre talenti e competenze dall’esterno dei propri confini, l’artigianalità di un territorio si è fatta tradizione, tramandata di padre in figlio.

A metà del Settecento, il duca Filippo di Borbone, sposato con Luisa Elisabetta figlia di Luigi XIV, nomina il francese Guglielmo Du Tillot Primo Ministro del Ducato di Parma e Piacenza, ruolo che sarà ampliato in reggente de facto dello stato quando a Filippo succederà il duca Ferdinando I.

La cifra del governo Du Tillot è l’apertura del piccolo ducato ai mercati esteri con il superamento delle politiche protezionistiche che hanno causato il decadimento dell’economia parmense e piacentina. La Corte ducale diventa così (citando quasi alla lettera un articolo del prof. Carlo Quintelli pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 20 Maggio 2019) uno straordinario laboratorio di innovazione produttiva per arti e mestieri, attraendo maestri e artigiani soprattutto dalla Francia in vari settori: ebanisteria, decorazione, gastronomia, arti grafiche e, non ultimo, la sartoria.

La politica di apertura all’esterno intrapresa dai Borbone nel Settecento sta, quindi, alla base dello sviluppo dei settori produttivi della moda che interesserà il territorio di Parma a partire dalla seconda metà del Novecento.  

Per approfondire il tema delle radici delle arti e dei mestieri del territorio parmense, la Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi ha organizzato, lo scorso 21 Maggio 2019, un seminario sull’esperienza storica della corporazione dei “cappellari” di Parma, nata proprio sotto il governo Du Tillot e precocemente chiusa per volontà di Napoleone a inizio Ottocento. Una vita breve, quella della corporazione, ma emblematica degli effetti positivi e duraturi dell’apertura dell’economia a talenti e competenze provenienti da fuori.

La Dr.ssa Chiara Lavelli ha svolto una relazione intitolata “Matto come un cappellaio”, analizzando la genesi giuridica della corporazione e cogliendone gli elementi di innovazione per il tessuto produttivo ducale. La prima fabbrica di cappelli a Parma viene creata nel 1767, un anno prima della nascita della corporazione, per iniziativa di un artigiano arrivato da fuori, il savoiardo Giampaolo Calloud, che ottiene il permesso dal governo ducale. Lo statuto dei “cappellari” pubblicato nel 1768 prevede esplicitamente che anche i maestri e artigiani esperti provenienti da fuori Parma possano iscriversi all’Arte: il criterio principale di valutazione del candidato è infatti la capacità tecnica. Una volta approvato l’ingresso nella comunità di cappellari, l’artigiano fruisce di una pionieristica forma di assistenza previdenziale per i propri figli o per le eventuali invalidità occorse.

A proposito di invalidità, la dr.ssa Lavelli ha citato le origini del detto “matto come un cappellaio”, che deriva dai reali effetti sulla salute fisica e psichica degli artigiani derivanti dall’utilizzo, all’epoca, di sostanze chimiche nocive: da qui la “sindrome del cappellaio matto” conosciuta fino all’Ottocento e ripresa da letteratura e cinema.

Il seminario è proseguito con la relazione dell’Avv. Filippo Vender, titolare da generazioni dell'omonimo, rinomato negozio di cappelli in pieno centro a Parma. Forse non a caso, neanche la stirpe dei Vender è originaria del ducato: il bisnonno Pietro proveniva, infatti, dalla Val di Non. L’avvocato ha ripercorso l’epoca di massima fioritura della produzione e vendita di cappelli, nei primi decenni del Novecento: per la donna erano realizzati su misura da una modista, mentre per gli uomini i modelli erano standard in feltro. Il primo piano dell’edificio che ancora ospita il negozio era, all’epoca, adibito a laboratorio di produzione dei cappelli. Poi è iniziata una lunga fase di decadenza dell’accessorio, che tuttavia rimane ancora oggi un capo apprezzato da una qualificata nicchia di consumatori. Conta particolarmente, nella scelta di questo prodotto, la comodità e vestibilità. Per questo l’e-commerce non erode troppo le vendite del negozio fisico: il cappello va ancora indossato, visto, riprovato.

I negozianti “sanno come è fatta la mia testa”: così una signora riassume bene l’importanza del servizio al cliente che intente acquistare un cappello.

“Finchè ci sono delle teste, la mia attività può sopravvivere…” chiosa ironicamente il titolare della storica boutique di cappelli in centro a Parma. 

RIPRODUZIONE RISERVATA